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SE GLI OCEANI MUOIONO NOI MORIAMO. LA LOTTA DI SEA SHEPHERD CONTRO LA PESCA ECCESSIVA E ILLEGALE.

Si pesca in mari sempre più vuoti

Ogni anno, infatti, tra 11 e 26 milioni di tonnellate di pesce vengono pescate illegalmente in tutto il mondo, con una ripercussione sull’economia che va dai 10 ai 20 miliardi di euro. Cifre difficilmente immaginabili, e comunque al ribasso, che si vanno a sommare a una pratica di pesca già insostenibile, caratterizzata dal sovrasfruttamento delle risorse marine (overfishing). Si pesca sempre di più, ma il pesce è sempre meno.

Il mar Mediterraneo non è ovviamente esente da questo problema. Anzi, proprio grazie alla sua ricchezza di biodiversità e habitat (si stima ci siano oltre 17mila specie diverse), è teatro di pratiche di pesca che stanno contribuendo al suo impoverimento. Infatti, secondo i dati dell’Unione europea nel Mediterraneo soltanto il 9 per cento degli stock ittici viene pescato in misura sostenibile – significa che nove specie su dieci vengono pescate oltre quanto possono rigenerarsi, motivo per cui la maggior parte di queste vede le proprie popolazioni calare ogni anno. Numeri che fanno del mar Mediterraneo il più sovrasfruttato al mondo.

Le acque del Mediterraneo attirano pescherecci da molti paesi sia europei che extra-europei e, nonostante i maggiori sforzi a livello comunitario per l’implementazione di regolamentazioni sulle catture e l’impegno verso certificazioni di pesca sostenibile, rimane un territorio dove le pratiche illecite si verificano all’ordine del giorno: il 40 per cento del pescato del Mediterraneo è illegale.

Proprio in queste acque opera un’organizzazione che come bandiera batte la difesa degli oceani. È Sea Shepherd, fondata in Canada nel 1977 dal capitano Paul Watson per la difesa della vita marina attraverso l’azione diretta. Sono infatti famose le loro campagne che si svolgono solcando in nave le acque antartiche in difesa dei grandi mammiferi marini dalle baleniere giapponesi o da pratiche di pesca brutali come il grindadráp.

Dopo anni di successi, però, l’organizzazione ha deciso di navigare in mari più caldi, per dedicarsi alla lotta contro qualsiasi attività illegale, al fianco delle autorità locali, portando alla luce ciò che succede vicino alle nostre coste.

È stata la cattura illegale di 800 tonni nel Mediterraneo nel 2010 (nonostante il tonno rosso fosse protetto perché proprio in quell’anno era arrivato ad essere quasi estinto, inserito infatti nella lista rossa dell’Iucn) che ha sancito il primo intervento di Sea Shepherd nel Mediterraneo, che li ha liberati, con la campagna Blue rage.

E' importante avere dei luoghi dove la biodiversità venga lasciata in pace e venga data la possibilità alle specie di riprodursi e ritrovare quell’equilibrio che altrimenti avrebbero perso. Ed è l’obiettivo delle Nazioni Unite per il decennio degli oceani con il progetto 30×30, ovvero proteggere almeno il 30 per cento delle aree marine entro il 2030. Ma in Italia la percentuale è ancora troppo bassa, o per lo meno ciò che è protetto sulla carta spesso non lo è nella realtà, in mare.

Per questo, Sea Shepherd ha deciso di agire direttamente. In collaborazione con le autorità. Infatti, insieme alla Guardia costiera e anche alla società civile, armati di telecamere e radio, si fa un lavoro di sorveglianza (patrolling) pattugliando giorno e notte tutti i chilometri dell’area marina.

Oltre alla sorveglianza, un altro lavoro importantissimo di Sea Shepherd è l’azione diretta contro le reti illegali in mare, in particolare i dispositivi Fad (fishing aggregating devices), ovvero reti fatte di spaghi di polipropilene (materiale plastico) che vengono fissate al fondale marino e tirate da galleggianti in superficie. Nel 2020 Operazione Siso ha avuto un successo incredibile, nonostante il lockdown,hanno confiscato 450 chilometri di Fad.

La pesca illegale, infatti, porta con sé un’altra problematica che spesso non visualizziamo e che ha ricadute distruttive sull’intero ecosistema: le catture accessorie. Ovvero, il risultato di una pesca non selettiva e soprattutto realizzata con attrezzature e strumentazioni illegali che intrappolano molte delle specie che vivono in questi habitat: dalle tartarughe marine, agli squali, ai tonni, ai pesce spada.

Tra l’altro molto dell’inquinamento della plastica in mare viene spesso erroneamente attribuito ai fiumi che portano i rifiuti dalle grandi città. In realtà la maggior parte della plastica in mare arriva proprio dalla pesca.

 La pesca illegale è quindi un discorso di depauperamento, di inquinamento ma anche di diritti umani. Le persone impiegate in queste attività spesso non hanno tutele, vengono loro negati i diritti e si trovano in condizioni lavorative precarie. Inoltre, il primo impatto sui pescatori locali è quello che spesso vengono spinti ad andare verso l’illegalità perché altrimenti non riuscirebbero a pescare nulla e quindi verrebbe a mancare ciò di cui vivono. E i piccoli eroi che rimangono nella legalità, nella pesca tradizionale e sostenibile, vengono sfavoriti.
Negli ultimi anni, tuttavia, la consapevolezza nei confronti del nostro mare, delle risorse che ospita e della necessità di preservarle è aumentata sempre di più, sia tra la popolazione sia tra gli addetti ai lavori. Un fenomeno reso possibile grazie all’impegno instancabile delle associazioni che ogni giorno operano in mare, delle istituzioni che fissano nelle agende politiche la protezione del mare, delle aziende che adottano comportamenti più virtuosi di pratiche di pesca nel rispetto delle risorse, e dei singoli individui che agiscono. La strada è imboccata, e ogni tassello della società ha la sua parte da giocare.

“Dobbiamo trovare sistemi sostenibili che non valgano solo per oggi, ma per il futuro”,  “La battaglia per salvare il mare è qui. Dall’overfishing, alla pesca illegale, all’aumento della temperatura, l’acidificazione, le microplastiche, la colonizzazione di specie aliene. Dobbiamo combatterla noi”.

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